La via segreta della Flaminia

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di FEDERICO PACE

E’ un giorno di marzo, quando passo nei luoghi segreti degli appennini, là dove asperità e dolcezze stanno legate come due sorelle introverse. Uscito da Terni, il cielo con le sue nubi basse, sembra minacciare un poco di pioggia. La Flaminia qui passa tra Colle Licino e i rilievi ricoperti da un manto di verde denso. Piante di cerro, carpino nero e roverella. Nelle pieghe della valle stretta del fiume Tescino, la crosta dei monti sta nuda sul ciglio della strada e una casa mostra dei vasetti di fiori alle finestre. Sui cartelli delle trattorie, messi bene in vista, si decantano già i sapori delle specialità umbre, la bontà del pane cotto e le qualità dei formaggi. La Flaminia allora sale, tra curve e svolte, e passa tra valli e boschi. Sarà un percorso mosso. La strada salirà e scenderà diverse volte prima di arrivare a Fano. Si passa tra pieghe della natura e conche morbide. Qualche goccia di pioggia cade sul parabrezza, ma niente di più.

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Dopo ogni una sequenza di curve, pare dispiegarsi, più che un cambio di scena, una più precisa messa a fuoco, un tentativo ulteriore di questa terra, che fu degli Etruschi, di specificare ancora qualcosa di sé. Questo è il tratto della Flaminia più irrequieto e in cui si sale più decisamente. Al valico Della Somma si è quasi a settecento metri di altitudine. E’ questa la vetta, il punto più alto di tutto il percorso. Da qui, si comincia a scendere lungo una serie di tornanti a cui è sempre meglio prestare molta attenzione. Boschi di lecci e cespi solitari di ginestre. Si passa sui viadotti, già miracolo dell’edificare dei Romani, e poi il paesaggio si addolcisce. Il bivio per Mustaiole, qui ci sono le viti, è l’unica zona della montagna di Monteluco dove è possibile una coltivazione di questo tipo. Le montagne fanno da barriera alle correnti fredde e regalano un clima mite. Anche la strada ora è tranquilla e piana e si fa più diritta. Poi si ricomincia a salire un poco, fino a quando, a pochi passi da Spoleto, qualche edificazione moderna sta nello stesso orizzonte dello sguardo in cui entra l’imponente figura della Rocca Albornoziana sul colle di Sant’Elia.

Passato Spoleto, si distendono i campi coltivati e le piccole siepi. Ci sono i grandi magazzini e, alla frazione di Cortaccione, compaiono le villette a due piani con grandi magnolie in giardino e, sul patio, una panchina tinta di bianco. Poi la Flaminia si insinua nella valle del Clitunno. Quando i soldati delle milizie romane, sotto gli ordini dei magistrati, costruirono miglio dopo miglio questa strada per unire Roma alla colonia appena conquistata di Rimini, fecero attenzione a seguire i fiumi. Il Tevere, il Burano, il Candigliano, il Metauro. E tanti altri ancora. Sapevano che sono loro, i corsi d’acqua, con quell’ostinato procedere, i primi veri costruttori di strade. Ora gli abeti e i pini, mentre ci passi davanti, stanno affiancati in silenzio e i raggi di sole si poggiano a chiazze sulla bruna tessitura dei boschi sulle colline e su Monte Serano. Si susseguono i piccoli negozi che vendono manufatti in ceramica, una di quelle attività che hanno segnato da sempre la vita lunghissima e imperitura di questa consolare. Poi Trevi, in alto sulla destra, che sta sotto una luce aerea. Gli oliveti sui ciglioni, i muretti a pietra e i frantoi. I boschi di castagno e i pascoli. Più si va avanti e più ci si accorge che c’è una Flaminia della mente, l’antica consolare che oggi emerge solo in alcuni tratti, la strada che ha avuto la capacità di sopravvivere a tutto, persino ai Barbari che hanno distrutto ogni altra cosa. Con le pietre dei ponti tra l’erba ancora illuminate dal sole. C’è poi la Flaminia veloce, la strada statale, dove corrono anche i Tir e i Suv. E infine, c’è questa vecchia Flaminia, questa lingua di strada relegata a provinciale, che corre negli spazi appartati dell’Umbria.

Da qui la strada si divincola tra una serie di rotatorie e impone a tutte le vetture un girare meditabondo. Siamo a poco più di duecento metri di altitudine. Locande, cipressi e abeti. Un trattore, con le ruote gigantesche, sta parcheggiato vicino a un’utilitaria. Sulla destra con l’occhio si riesce appena a vedere la Torre di Matigge. E poi si è già a Foligno. Gli ulivi e i tralicci, la strada che scende. Qualche albero da frutto nell’orto davanti a una casa. Alberi di fico. A una sessantina di chilometri da Terni, la strada scivola via e anche se si è lontanissimi dal mare, forse proprio nel punto più interno di tutto il percorso, l’orizzonte s’apre allo sguardo. Si torna a salire un poco. Ora anche le nubi si sono dissolte e nel cielo si espande l’azzurro del cielo. Ancora un viadotto. Poi Vescia, Scanzano e infine Pontecentesimo. Proprio qui, nel paese che prende il nome del ponte che era a cento miglia da Roma, la statale e la provinciale, la moderna e la vecchia, si lambiscono e si intrecciano. Si segue già la segnaletica per Fano. Ecco le prime case di Valtopina. Nella vetrina di un negozio di abbigliamento c’è qualche manichino, una ragazza sistema il colletto di una camicia. Un bar, un viale con i tigli e una chiesetta. Le chiacchiere dei vecchi, l’edificio del Comune e già le viti nei campi, il vento e i cipressi lontani.

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Ecco i cartelli per Nocera, siamo già di nuovo intorno ai cinquecento metri di altitudine. Ognuna di queste cittadine è come un apice della strada. Nuclei urbani cresciuti grazie anche alla linfa della consolare. Punteggiature di un monologo che la Flaminia porta avanti con se stessa e che ci lascia ascoltare. Spesso ci si ferma proprio qui, in uno di questi grumi di vita. Per una sosta breve. Per lasciare sedimentare il viaggio. Anche solo per vedere dei volti. Quando non era ancora arrivato il tempo delle autostrade, Giorgio Bassani, lo scrittore nato nella provincia del nord, seguiva questi percorsi per andare da Ferrara a Roma. Quando fece sosta qui, venne sedotto dal luogo e dal cibo. Tanto che promise alla moglie che nei successivi viaggi, non solo avrebbero sempre preso la Flaminia, “tanto all’andata quanto al ritorno”, ma si sarebbero fermati “immancabilmente” proprio a Nocera. Bassani, durante quei viaggi transappeninici, guardava con angoscia a Roma per quel suo “informe alveare cementizio”. Per me che la percorro all’inverso, e che da Roma vado verso Fano, per me che in quell’alveare cementizio sono nato, passare attraverso la Conca di Gualdo Tadino, vedere il monte Penna in lontananza, intuire la ferrovia che scorre a sinistra, è come togliersi un peso di dosso e cominciare a respirare a pieni polmoni.

Dopo Fossato di Vico l’orizzonte si fa ancor più ampio e la Flaminia si inarca verso nord, in attesa di un varco per passare al di là degli appennini. Si costeggiano i rilievi del monte Cucco con i faggi, gli aceri e i lecci. I castagni e i tassi. Si può solo intuire l’universo boscoso che l’Umbria doveva essere ancora fino a solo duecento anni fa. Più avanti, quando arriverà l’estate, fioriranno gli asfodeli, i narcisi, le anemoni e i gigli rossi. Nei pressi di Sigillo la strada è diritta e il movimento è sinuoso. Viaggiare sul solco lasciato da una consolare, su una di queste strade costruite più di duemila anni fa, non è solo muoversi attraverso l’Umbria di questi giorni ma è anche un gesto che espone inesorabilmente alla vertigine del tempo e al suo invecchiare in fretta. Andare su queste strade non vuol dire solo andare da un luogo all’altro, ma accedere a una dimensione segreta dove il fluire dei giorni appare sotto un’altra luce. Più nitida e più necessaria. Nelle profondità di questa valle, in cui anche i tetti delle case paiono concordare per il silenzio, lascio che il motore rallenti i suoi giri fino a fermarsi. Fuori dalla vettura, immota, immagino i campi dorati, le ruote ampie del fieno, l’andare lento delle milizie romane, il vento freddo dell’autunno, le grida dei Goti, la pioggia dell’inverno.

Quando ci si rimette in moto, ecco un altro grumo di pietra e montagne. Al Valico di Scheggia un cartello indica che si sono raggiunti i 632 metri di altitudine. Di qui si superano le croste della schiena antichissima d’Italia. Svetonio raccontava già dei contadini che ci passavano per andare a lavorare in Sabina. La Flaminia così si infila tra la Serra di Burano e i rilievi del monte Cucco e poi comincia a scendere e si mette a a seguire il fiume Burano. Scesi di duecento metri, si varca il confine che separa l’Umbria dalle Marche. Sembra di essere altrove. Nello spazio o in qualche pianeta in cui non siamo mai stati. Grandi massi avvolti nelle reti come giganti marini catturati da un pescatore gigantesco. Da Cantiano, la Flaminia piega verso est e scende ancora. Sulla provinciale non s’incontra quasi più nessuno. Lontano, solo il rumore dei camion. Quando s’entra a Cagli però, tutto è già diverso. La zona industriale, i negozi di informatica e i supermercati con le luci luminose. Ma passa anche questo. Basta una strada che si perde nei campi con quattro alberi spogli sulla soglia e i campi a perdifiato. Fragilità e splendore. Tra Smirra e Acqualagna viene quasi da emozionarsi. Poi si entra nella riserva naturale della Gola del Furlo, uno spazio incontaminato e bellissimo. Sembra il premio per tutti i chilometri percorsi fino a qui. Una specie di piccolo eden. Qui vivono insieme caprioli e daini. L’aquila reale e il lupo.

La Flaminia allora segue le acque del Candigliano. Ecco il monte Paganuccio, qualche ciclista e null’altro. Poi il pertugio che gli antichi aprirono nell’antro di una caverna. Il piccolo semaforo per regolare il passaggio è l’unico segno di questi tempi elettrici. Non si fa a tempo a entrare che si è già usciti. Più che a una galleria, questo varco fa pensare a una soglia. Al di là, infatti, è già un’altra natura, un altro mondo e un’altra dimensione. Ora si scende decisi verso la costa e anche il cielo è libero di ogni nube. Ponte di Tajano, Calmazzo, San Lazzaro. La strada diventa sempre più diritta. Poi già Fossombrone. Una vespa dei tempi andati sta abbandonata nel cavo buio di un sgabuzzino. Un negozio di tessuti. La porta chiusa della chiesa di San Francesco. La sede di una banca e le acque del Metauro. Poi Borgaccio. Lucrezia. Ponte Murello. I canneti sul ciglio della strada, i pini e le donne in bici agli incroci. Dopo Rosciano è quasi Fano, la strada si libera della vegetazione come se si stesse togliendo di dosso un abito fuori moda. Parcheggio la vettura, passo sotto l’Arco di Augusto e mi metto in cammino verso il porto. La Flaminia, come un fiume, è già arrivata al mare.

IN LIBRERIA:
—>>>>“Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza”, Federico Pace (Einaudi)
—>>>>“La libertà viaggia in treno”, Federico Pace (Laterza)
—>>>>“Strade d’Italia. 40 strade d’autore” (Touring)

GLI EBOOK:
—>>>Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza” da Einaudi
—>>>“La libertà viaggia in treno”, Federico Pace (Laterza)

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NOVITA’:
Il nuovo libro di Federico Pace, “La libertà viaggia in treno” (Laterza), è in libreria a partire da giugno 2016.