In treno: da Monaco a Berlino


“Per andare in treno da Monaco a Berlino devi percorrere più di seicentosessanta chilometri. Il convoglio dell’Ice attraversa la Baviera, la Franconia, la Turingia e la Sassonia. Impiega cinque ore e quaranta minuti. Nel mezzo ci sono i campi d’oro e la selva. Le colline che si fanno ripide ed abetate. Una strada provinciale percorsa da qualche rara vettura che ti corre al fianco. Le case, nella loro natura immobile, che stanno a guardare le sembianze affusolate del treno che passa di lì. I campi di calcio in erba che brulicano di un verde vivo e intenso. I declivi morbidi. Sotto un cielo sbiadito, le distese verdi, al confronto della volta grigia in alto, hanno quasi le sembianze di un firmamento terreno tanto paiono lucenti e infinite.
Anche se oggi quasi non ci si pensa più, quando si sta su di un treno da queste parti, è più facile che nella nostra mente, d’un tratto, riemerga il passato di quella che è stata la Germania un tempo. L’efficienza dei treni tedeschi, la loro puntualità, quella instancabile precisione, per la nostra generazione hanno solo il volto efficace e bonario di un’Europa che funziona. Ma per un solo attimo, come quella finestra aperta che vedi e poi scompare insieme alla bava di colore e tempo sul finestrino, il pensiero tocca il fondo scuro di un pozzo. Il ruolo che la compagnia delle ferrovie tedesche deve avere avuto al tempo odioso e tragico dell’Olocausto. E la follia, nella follia, di fare affari in quell’inferno e farsi pagare per ogni bimbo e adulto che le ferrovie conducevano verso le indicibili destinazioni.
Poi passi per Norimberga. Ti lasci la stazione alle spalle. Ancora la terra. Verde e nuda. Poi di nuovo le case che si vengono ad addossare lungo la ferrovia e impediscono allo sguardo di andare oltre. Incuriosite ti stanno quasi troppo attaccate. Un susseguirsi di facciate, finestre e portoni. Niente più. Poi di nuovo le distese della Franconia. Poi la selva di Turingia. Dalle rocce spuntano dei fiori viola. Anche qui degli spruzzi di ginestre. Poi i tetti delle case nere. Senza fermarsi, si attraversano le banchine vuote di piccole stazioni dai nomi imperscrutabili. Si susseguono piccole casette adornate da minuti giardini. Qualcuno sta già seduto ad un tavolo. Micromondi sull’orlo di una ferrovia prima di arrivare a Jena.
Poi la stazione di Lipsia. Ampia e ferrata. Il treno si inoltra nelle bocca a tre archi. Si ferma qualche minuto. Poi, per andare verso Berlino, e la sua maestosa e vetrata stazione, torna indietro. Ancora qualche minuto, e riprende il susseguirsi di frammenti di natura e margini di città. E’ allora che squilla un telefono. Una donna, sulla cinquantina, sta da sola. Risponde. Parla in inglese. La telefonata sembra interessarle. Dall’altra parte deve esserci qualcuno che le sta a cuore. Una persona conosciuta da poco. La sua voce si fa gentile, sensuale, accogliente. Con la mano destra, mentre parla, gioca con una ciocca dei capelli. L’attorciglia e poi la lascia andare. Sorride. Poi saluta ripetutamente. Infine chiude. Forse è qualcuno appena conosciuto, e lasciato, a Monaco. Dopo avere poggiato il cellulare sul ripiano orizzontale, con le due mani si sistema i capelli. Poi guarda fuori. Un minuto o forse più. E’ allora che sul finestrino scivola, sospinta dal vento, una sola goccia di pioggia”.

IN LIBRERIA:
“Senza volo, storie e luoghi per viaggiare con lentezza” da Einaudi
“Giro in Italia” (Touring Club Italia)

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Il sito della ferrovie tedesche: www.bahn.de

La mostra e le date:
Dove vedere “Specials Trains to Death”

Special Trains to Death (.pdf)

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