In traghetto sullo stretto di Messina tra Calabria e Sicilia

1 Agosto 2009 | Pubblicato in Frammenti


“… Lento il treno entra nella stazione di Messina Centrale. Sfila sui binari. Le palazzine, i muri della stazione, le pompe idrauliche arruginite. Per un attimo il treno, meccanico e ferroso, ferma i motori e si lascia andare. Per un solo istante possiede la levità di una piuma. Poi si ferma. Ad un certo punto comincia ad entrare nella bocca della nave. Smontato. Privato della locomotrice. Al buio, dentro i vagoni, è facile intuire la sofferenza dei claustrofobici. C’è un po’ di movimento tra i passeggeri. Ci si prepara per uscire a piedi dal treno e andare a vedere l’attraversata. Gli anziani che parlano in dialetto restano seduti. Quasi abbarbicati ai sedili. Nessuno di loro salirà di sopra a respirare l’aria e a vedere il mare. Uno di loro mi racconta di quando da giovane saliva sempre a prendere l’arancino. Mi dice che ora non sale perché tanto ci vuole poco tempo. E’ difficile credergli. Penso alla paura di perdersi come a una fragilità dell’età avanzata.
Scendo dal treno e mi inoltro nel corpo della nave. Mi segno il numero della porta tagliafuoco, il piano in cui si trova il vagone. Cerco di capire in che punto mi trovo. Una volta fuori vedo girovagare un bel numero di passeggeri. Sul molo stanno dei giovani seduti con le gambe penzoloni nel precipizio azzurro. Pescano qualcosa. Guardano i traghetti partire. Grandissime navi da crociera stanno attraccate mostrando il loro volto di grattacielo ambulante. Il traghetto si stacca lento. La Sicilia sfila con il suo profilo basso e luminoso. La Calabria, al di là, pare irsuta e scura. Così diverse, in questo spicchio d’acqua, si rassomigliano per questa edilizia esorbitante che invade entrambe le coste.
In questo spazio d’acque sembra difficilissimo recuperare le sembianze del «mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo» che prende vita nelle febbrili parole di Stefano D’Arrigo nel suo Horcynus Orca. Sembra quasi impossibile arrivare in quel «dentro, più dentro dove il mare è mare».
L’attraversata di questo microscopico universo d’acqua che separa lo Ionio e il Tirreno, bacini così differenti, dura pochi minuti. Hai appena il tempo di cercare l’orientamento, di lasciare andare il pensiero. Chiederti quali sono i venti che soffiano in questo spazio di acqua e terra. Perderti nella labirintica idea dello stretto come la cruna di un ago in cui tantissimi non sono riusciti a passare.
Poi la Calabria attrae la nave fin dentro il porto di Villa San Giovanni. E’ tempo di tornare nel corpo della nave a cercare il vagone. Faccio avanti e indietro. Ma non riconosco più i punti di riferimento che avevo appuntato. Impiego qualche secondo per capire di essermi perduto. Il tempo prende a correre più rapidamente. Non c’è quasi più nessuno. Poi chiedo a una donna, si direbbe una “femminota”. Mi porta giù con lei, lungo le scale strette…”.

In libreria:
Senza volo, storie e luoghi per viaggiare con lentezza di Federico Pace

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